sabato 5 ottobre 2024

Terra di Canavese

 Dal Catalogo della Mostra Renzo Igne e gli Ambasciatori della Ceramica...:

Terra e territorio di Giuse Scalva

Il Canavese è il territorio di argilla rossa, che ha caratterizzato nel tempo la cromaticità di mura e di stoviglie, note sin dal tempo dei Salassi. Le formelle che incorniciano le luci degli edifici medievali, i comignoli e i coppi dei tetti, sono i manufatti tipici di un’arte povera, umile e ricca, in un equilibrio di forme ancestrali che culminano nei pitociu, gli gnomi di leggende paesane, esseri trasfigurati e deformi, ma dolcissimi e fiabeschi, che trovano sulle sommità dei tetti la loro casa non-casa. 

Giosué Carducci cantò “Ivrea la bella che le rosse torri: specchia sognando a la cerulea Dora” e già qui si affermano con la loro presenza, gli elementi primigeni dell’arte ceramica: l’acqua e la terra, a cui si deve aggiungere il fuoco delle fornaci e l’aria che scende dalle montagne. Questa terra, che ha dato vita in un passato prossimo mattoni e pignatte, non può essere solo rappresentata dalla tofèja, il recipiente in terracotta a quattro anse usato per la cottura di zuppe di legumi e cotenne di maiale. Il territorio del Canavese ha subito nel tempo profonde trasformazioni, ma la terra, è rimasta il background di una sinfonia di agricoltura e di industria, che non deve dimenticare la gloriosa parentesi olivettiana, dove le macchine hanno cercato il connubio con l’arte, rispettando gli uomini e le donne che in questa terra, forse dimenticata dalle metropoli, continuano a inseguire la magia del tempo. 

L’argilla rossa è stata alla base dell’arte ceramica di Castellamonte, ma ha trovato sempre nuove forme intrigandosi con materiali innovativi come lo richiede lo spirito creativo di poeti che scrivono le loro liriche materiali e concrete con le loro mani impastate di fango. Non dobbiamo dimenticare che all’origine della poesia c’è un antico verbo greco, il poièin, che vuol dire “fare”, o meglio modellare la terra, come fece il dio egizio delle acque, Khnum, che dall’argilla modellò l’uomo proprio su un tornio di vasaio. Il territorio che qui si racconta, si rinnova perché è fatto di terra e di gente che ha trovato nelle ibridazioni culturali la molla del futuro come lo sono stati i ceramisti che, in primis Renzo Igne, hanno qui trovato la loro nuova casa, venendo da lontano.

A incorniciare la terra e il territorio, che in questa Mostra si vuole raccontare, resta l’Arc en Ciel di Arnaldo Pomodoro, anch’esso rosso, dell’argilla canavesana, con le fattezze di un arcobaleno che trova nelle sue formelle gli archetipi di un’arte antica.


Stufa, manifattura di Castellamonte, XIX sec.

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